
Gentile Dottoressa,
sento il bisogno di scriverle per amore di precisione: nessuno odia i runners.
Il sentimento che il cittadino italiano medio prova in questo momento nei confronti della categoria è di sgomento. Li abbiamo visti preoccuparsi, ad inizio epidemia, esclusivamente delle gare a cui erano iscritti, e a mano a mano che queste venivano annullate, polemizzare all’infinito sui rimborsi.
Questo è accaduto dal 16 al 22 febbraio, hanno iniziato proprio con la blasonata maratona di Tokyo. Poi, inizia il balletto del POSSO FARLO PERCHE NON È ESPRESSAMENTE VIETATO: Il 23 febbraio, quando tutte le manifestazioni sportive erano sospese in Lombardia e Veneto, e già si iniziava a contare i morti e a preoccuparsi del tracollo del sistema sanitario, in provincia di Milano 76 ultramaratoneti hanno disputato la Sei Ore Con l’Abbraccio, adducendo le motivazioni più disparate a chi si indignava. Certo, erano fuori dalla zona rossa.
Tanto per fare un altro esempio, nello stesso fine settimana migliaia di persone hanno affollato le piste da sci di tutto il nord Italia. Certo, non erano chiuse. I risultati li vediamo nell’ecatombe della settimana appena trascorsa. Insomma il popolo italiano, o almeno una parte, sembra essere così preso dal concetto di LEGALE, che sembra aver perso completamente di vista il concetto di OPPORTUNO.
Tanto per dirne un’altra, negli stessi giorni hanno annullato la mezza maratona di Lecce mentre invece si è corsa quella di Napoli. Una comunità di organizzatori lasciata alla propria discrezionalità. Non credo serva ricordare a un medico come Lei che quelle sono delle incontenibili occasioni di contagio: migliaia di persone ammassate allo start che parlano, ridono, bevono, affannano, sputano, corrono.
Il droplet ha un raggio di espulsione ben al di sopra del metro, tant’è vero che il paziente 1 di Codogno aveva preso allegramente parte a DUE gare podistiche, contagiando svariate centinaia di persone in maniera diretta o indiretta.
Ma siamo appena agli inizi di questo giro nel tunnel degli orrori, porti pazienza.
Agli inizi di Marzo il governo annulla finalmente tutte le manifestazioni sportive, sull’intero territorio nazionale. Da quel momento assistiamo al proliferare di iniziative, personali o societarie, tra le più strampalate, tra cui allenamenti collettivi, anche da centinaia di persone. Con tanto di selfie guancia a guancia, in gruppo, magari dopo aver bevuto alla stessa fontanella.
Tutto in pubblico, tutto sui social, sbattuto sul muso delle persone, negli stessi giorni in cui i morti sono già migliaia, e il governo, preso dal panico, ha proibito perfino di prendere un caffè al bancone. Ma, non essendo espressamente vietato, loro argomentano con forza di essere nel giusto.
Non c’è molta differenza con coloro che hanno preso d’assalto i treni per tornare al sud dalla zona rossa: nessuno glielo ha impedito, ERGO, potevano farlo.
Ma c’è dell’altro,: dopo furiose polemiche con dozzine, centinaia di gruppi di runners che domenica OTTO MARZO, quando l’Italia TUTTA è zona rossa, hanno continuato a correre insieme, affermando di aver rispettato la distanza di un metro, la gente è finalmente insorta, compatta.
Innanzitutto perché mentre si corre in gruppo è pressocchè impossibile rispettare la distanza di un metro in tutte le direzioni, quindi ci stanno evidentemente prendendo per il c**o in maniera grossolana e arrogante, in secondo luogo perché il metro di distanza è calcolato su una persona che respira e parla normalmente, quindi come le ho detto non serve assolutamente a nulla quando si corre.
Di fatto stiamo assistendo al moltiplicarsi di incontenibili occasioni di contagio. Sotto gli occhi di tutti. Nel corso della seconda settimana di Marzo finalmente sembra che più o meno tutti vadano a correre da soli, l’ondata di indignazione sembra aver dato i suoi frutti, almeno non assistiamo più allo sconcio rituale del selfie di gruppo. Il problema è che NON sono soli.
In una grande città come Roma o Milano, ciascuna con duecentomila podisti abituali, se solo il dieci per cento va a correre, avremo ventimila persone in strada. Lo confermano le immagini sconvolgenti dei navigli e dei parchi romani. Forse SONO ANDATI da soli, ma non lo sono affatto. Però possono farlo, non è espressamente vietato.
Siamo nella settimana in cui supereremo la Cina in quanto a numero di morti. Ed è anche la settimana in cui la grande stampa nazionale inizia ad occuparsi del problema, mostrando al mondo la vergogna delle immagini a cui sopra ho fatto riferimento.
A questo punto accade una cosa straordinaria: i runners, che apparentemente non hanno alcuna paura del contagio, e non mostrano il minimo senso di responsabilità, che si stanno dimostrando cavillosi ed egoisti oltre ogni limite accettabile, smettono di difendersi appigliandosi ai decreti (scritti coi piedi), e iniziano a fare le vittime.
La colpa non è loro, ma degli improvvisati, quelli che fino a ieri stavano sul divano. E’ in atto una campagna di odio contro i runners in quanto categoria, si sentono come gli untori del Manzoni. Imperversa la distinzione tra “veri” e “falsi” runners. Tutto falso, tutto estremamente specioso, è fin troppo facile sbugiardarli.
Una parte di essi cerca di addurre motivazioni scientifiche, e qui entra in gioco Lei, mia cara Dottoressa: una corsa da 30-40-50 km NON fortifica il sistema immunitario, lo deprime. La comunità scientifica internazionale è unanime su questo. E le endorfine di cui Lei troppo genericamente parla, le posso produrre in un milione di altri modi: litigando e ridendo con le mie figlie davanti a un gioco da tavolo, facendo l’amore con mia moglie, allenandomi in casa.
Nella settimana appena trascorsa, dopo che il governo ha detto che si può correre, ma in prossimità della propria abitazione (fatte salve ordinanze più restrittive di alcuni Governatori) abbiamo assistito, ancora ieri 22 marzo, allo sconcio di persone che pubblicano ancora, spudoratamente, le proprie tracce STRAVA (un giro da 18 km a Roma non è in prossimità dell’abitazione nemmeno se sei il Papa), continuando a correre in compagnia e postando allegramente sui social.
Tutto questo mentre la popolazione soffre, preoccupato GattoSchifoRUnner scrive una lettera aperta a Catherine Bertone per il proprio lavoro, per le proprie famiglie, per la propria salute. Mentre gli ospedali del Nord Italia sono allo stremo, mentre medici e infermieri iniziano a morire, mentre si parla di SMALTIMENTO dei cadaveri. Ripeta ad alta voce questa parola: SMALTIMENTO. Come se si trattasse di un rifiuto speciale.
E nei giorni in cui i morti si contano a migliaia, e finalmente diventano qualcosa di tangibile, non soltanto un servizio di telegiornale da una località distante centinaia di km, assistiamo ancora a polemiche sulle libertà civili da parte dei runners, che dopo aver accettato per svariati decenni di essere governati dalla classe politica più corrotta, strapagata e vessatoria del mondo Occidentale, adesso fa confusione, in piena epidemia, tra diritto costituzionale e diritto a fare il proprio porco comodo.
Mentre le scrivo c’è un gruppo Facebook che si chiama Runners Clandestini dove potrà trovare queste e altre amenità, e dove allegramente la gente continua a pubblicare i propri allenamenti e le proprie passeggiate in cerca di asparagi, senza che a nessuno venga in mente che, se non hai incontrato nessuno, forse è perché c’è tanta gente che sta serrata in casa, a rispettare le dannatissime regole.
Lo sgomento diventa rabbia sorda quando assistiamo a dozzine di articoli che difendono l’indifendibile: ad esempio Yeman Crippa, uno forte, un campione, uno che dovrebbe dare il buon esempio, è andato ad allenarsi per strada, lamentando poi di essere fermato per controlli. Anche qui il punto non è se POTEVA farlo, ma se DOVEVA.
Insomma, di gare non se ne parlerà per molti mesi, le Olimpiadi saranno rinviate, a provare un minimo di empatia non perderebbe assolutamente nulla in termini di prestazione. La colpa a sentire la comunità dei runners non è sua, è di chi lo ha denunciato.
Eh, si, perché nel frattempo, quelle poche voci fuori dal coro, tra cui la mia, sono state seppellite di insulti e minacce, aggredite verbalmente (oserei dire con odio) e si sono scontrate con il consueto, imperterrito, inesorabile: FATTI I CA**I TUOI. Giusto per ricordare che, come diceva il povero Falcone, la mentalità mafiosa in Italia non è una prerogativa dei soli affiliati.
Ed ecco che stamattina, dopo aver trascorso gli ultimi 4 giorni a piangere i miei morti, trovo UN’ALTRA Sua intervista, in cui Lei afferma di non capire l’odio verso i runners. Spero di averle dato sufficienti argomenti per riflettere ed eventualmente capire.
Sono sicuro che le sue argomentazioni, in assoluta buona fede, verranno brandite come mazze chiodate da tutti coloro che se ne fottono delle regole, da quella massa indistinta di edonisti, individualisti, imbroglioni e arraffoni che ha scelto la corsa come discarica del proprio io, come occasione per riempire le proprie vite incredibilmente vuote, come scusa per apparire sui social, avvelenando l’ambiente e distruggendo per sempre quelli che sono i valori dell’etica sportiva.
Pertanto per il futuro la invito ad essere più accorta e meno generica nelle sue dichiarazioni, in quanto di facile strumentalizzazione. Io sono un runner. O meglio, lo ero. Quando lo sgomento e la rabbia saranno svanite, resterà solo un profondo e irriducibile disprezzo verso la categoria.
Ed è inutile dire che sono pochi furbetti, e che invece la maggior parte sono ligi alle regole: non sono pochi. Sono la maggior parte. E gli altri, quasi tutti, hanno comunque taciuto, appoggiato, giustificato. Sono dunque responsabili di questo disastro sociale, della perfetta esemplificazione di un popolo che credeva di essere di sportivi, ma a forza di pensare ai propri balocchi si è risvegliato con le orecchie d’asino, ed è stato identificato con fin troppa facilità e sacrosanta indignazione.
In fede, con sgomento e rabbia,
Carlo Esposito.



























